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Nel senso comune, la politica europea è vista come noiosa: le infinite discussioni che avvengono da un lato all’altro del quartiere europeo di Bruxelles, nell’immaginario comune, riguardano questioni tecniche e dossier specifici, e sono basate sul consenso più che sul conflitto. Per questo, la settimana appena trascorsa è stata a suo modo sorprendente: per alcuni giorni la politica europea ha dato prova di sé, parlando di alti principi e declinandoli per presentare una proposta per il futuro dell’Europa. In questo contesto, il voto del Parlamento di Strasburgo per l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro l’Ungheria di Viktor Orbán, di cui ci parla Eszter Karacsony, è stata un’occasione per riaffermare con forza i valori europei e rappresentare in maniera plastica la differenza tra i due campi che si stanno formando in vista delle prossime elezioni europee: anti-europei contro europeisti. Una distanza che vede per ora il Ppe assumere un ruolo di ponte, la cui sostenibilità sarà da valutare nei prossimi mesi.

Sulla stessa linea della riaffermazione dei principi alla base dell’agire europeo si è mosso Jean-Claude Juncker nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione: il presidente della Commissione non si è limitato a ripercorrere il percorso fatto negli scorsi quattro anni, ma ha anche espresso delle proposte di azione futura come risposta alle pulsioni nazionaliste, come riporta François Hublet nella sua analisi approfondita. Se nel breve periodo Juncker ha rivendicato il ruolo della Commissione, proponendo dei progetti concreti e visibili da realizzare negli ultimi mesi della legislatura, nella visione di lungo periodo ha richiamato alla necessità di una “sovranità europea” e di Weltpolitikfähigkeit, la capacità dell’Europa di agire da protagonista sullo scenario globale. Si tratta di un concetto che i lettori più assidui della Lettera conoscono molto bene: il nostro obiettivo dichiarato, fin dalle prime edizioni, è quello di creare una rivista di geopolitica europea per ragionare all’Europa su scala globale. 

Oltre ai grandi principi, la scorsa settimana ha dato occasione di vedere all’opera anche il gioco politico: il presidente del gruppo Alde al Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, ha sorpreso un po’ tutti dicendosi contrario al processo degli Spitzenkandidaten. Come spiega Quentin Ariès, questa mossa permette a Verhofstadt di avvicinarsi a Macron, anche lui molto critico nei confronti della procedura. L’obiettivo sarebbe quello di togliere l’elezione del prossimo presidente della Commissione dal controllo di una maggioranza parlamentare centrata sui euroscettici di destra e, riportandola nelle mani del Consiglio, favorire l’ascesa di un outsider. Questa settimana ha visto, insomma, una serie di decisioni che hanno accelerato il movimento tettonico verso la formazione di due poli in vista delle elezioni europee di maggio. Resta da vedere se orientare la campagna elettorale su una “battaglia sui valori” porterà i frutti sperati, o se invece si rivelerà un errore politico.

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