Espresso Maselli

Quando un governo di uno Stato europeo presenta la sua legge finanziaria, e decide come verranno allocate e distribuite le risorse che ha a disposizione, il dibattito pubblico si concentra sulle singole misure. Discute se è giusto che una determinata categoria di reddito benefici di un taglio delle imposte, se siano necessari maggiori investimenti in un settore, se sarebbe stato meglio compiere altre scelte. In genere, l’opposizione critica il progetto di legge, presenta degli emendamenti, cerca di fare pressione sull’opinione pubblica per ottenere dei cambiamenti. Da questi momenti, spesso un po’ tecnici, derivano dei concetti che strutturano il panorama politico e che possono contribuire a fare o disfare una carriera politica. E’ anche grazie a questi dibattiti che le procedure tecniche che regolano il funzionamento dello Stato vengono comprese dai cittadini.

Anche l’Unione ha la sua legge finanziaria. Non è annuale, ma dura sei anni. Il dibattito, in teoria, dovrebbe essere molto più approfondito e potrebbe essere svincolato da ragionamenti di breve periodo: una volta deciso come spendere le risorse che gli Stati europei mettono in comune bisogna aspettare parecchio per poter correggere. In pratica, tuttavia, in Europa se ne discute pochissimo, fatta eccezione per qualche media nazionale specializzato sui temi europei.

E’ un peccato, perché potrebbe essere un’ottima occasione per ragionare sulla sovranità europea e sul ruolo dell’Unione. Occasioni necessarie alla creazione di uno spazio di sovranità europea. Con la Lettera abbiamo cercato più volte di attirare l’attenzione dei nostri lettori sull’elaborazione del budget. Questo perché ci occupiamo dei segnali deboli, proviamo a capire quali tendenze hanno un impatto sull’Unione intesa come spazio geopolitico. Uno spazio che non esiste ancora in modo compiuto, ma che in alcuni ambiti inizia ad avere un peso.

La decisione dell’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini di aumentare gli aiuti alla Tunisia, unico paese dove la primavera araba ha avuto successo, seppure fragile, è una tipica notizia passata inosservata che invece dovrebbe tenerci occupati, perché denota che abbiamo delle priorità in politica estera e che esiste un interesse europeo nel garantire la stabilità nel Mediterraneo. Qual è, invece, l’interesse europeo in Turchia? In piena campagna elettorale, Recep Tayyip Erdogan ha deciso di investire il suo tempo in una tournée europea, che è cominciata a Sarajevo, città simbolo e snodo tra l’Oriente e l’Occidente europeo, per spiegare ai cittadini turchi residenti all’estero il senso della sua politica e la sua dura repressione delle libertà politiche.

L’assenza di una dottrina geopolitica europea e di un dibattito vero sulla nostra politica estera ci conduce ad appaltare ad Ankara la gestione del flusso migratorio e ad assistere passivamente alle sue decisioni. In questa situazione, l’ultima cosa che gli europei sono in grado di sostenere è un braccio di ferro con Erdogan. Eppure i balcani costituiscono una zona di influenza stretta tra l’Unione, la Turchia e la Russia. Lasciamo indovinare a voi chi, tra le tre potenze, non ha un pensiero strategico sull’argomento

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